Joyce Andrade

Sotto lo sguardo dei vulcani

Sotto lo sguardo dei vulcani

Il giorno in cui il cielo si è aperto

Il Cotopaxi, per un attimo libero dalle nuvole.

Ieri sono stata in un posto magico. Con la mia famiglia, vicino al parco del Cotopaxi, dove tutto era coperto e il cielo sembrava non volersi aprire.

C’era una coltre bassa sopra ogni cosa. Le montagne erano lì, lo sapevo, ma non si vedevano: solo nuvole, e quel silenzio umido delle terre alte, quello che ti fa parlare piano senza sapere perché. Eravamo insieme, e forse è per questo che non avevo fretta. Aspettare, in certi posti, non è perdere tempo. È fare spazio. Il Cotopaxi era così vicino che potevo sentirlo prima ancora di vederlo. Poi, a un certo punto, il cielo si è aperto.

In lontananza, oltre la valle, è apparso il Chimborazo.

Prima è arrivato il Chimborazo. Lontano, oltre la valle, con la sua neve che sembrava trattenere la luce del mattino. È il punto più vicino al sole di tutta la Terra, e in quel momento l’ho capito non con la testa ma con il corpo: una presenza antica, immobile, che non chiede nulla e ti guarda comunque.

La neve del Chimborazo tra gli eucalipti.

E poi, come se il cielo avesse deciso di regalarci tutto in una volta sola, si è aperto ancora. E c’era lui: il Cotopaxi. Lì, perfetto, con il suo cono di neve sospeso tra le nuvole. Ero affascinata. Non riuscivo a smettere di guardarlo.

Il Cotopaxi, il suo cono sospeso tra le nuvole.

Due vulcani intorno. Una luce. Un senso di appartenere a loro e, allo stesso tempo, di rispetto per tutta questa bellezza.

La cima, ancora avvolta dalle nuvole in movimento

In quel momento ho chiesto. Ho chiesto a lui di sostenere la mia famiglia, di sostenere ognuno di noi. Non so bene da dove venga questa voglia di chiedere ai vulcani di darmi la mano, di guidarmi. So solo che è arrivata naturale, come una preghiera che non avevo preparato. È un senso di grande rispetto e di grande ammirazione. Ho sentito tutto il loro potere, quella forza che non ha bisogno di muoversi per farsi sentire. Ci sono luoghi che non si visitano: ci si affida. E io, davanti a loro, mi sono affidata.

Anche la luna, quel giorno, era splendida.

E poi, a completare tutto, c’era la luna. Quasi piena, chiara, sospesa nel blu tra gli alberi, come se fosse rimasta lì apposta per salutarci. In un solo giorno, il cielo ci aveva mostrato la neve, la roccia, la luce e la luna. Non capita spesso. E quando capita, si ringrazia.

Sono estremamente grata per queste fotografie. Spero vi arrivino con tutta la potenza con cui sono arrivate a me.

Il giorno che si chiude, oltre gli eucalipti.

Perché certe cose non si possono davvero raccontare: si possono solo custodire, e provare a condividere. Questi vulcani non sono uno sfondo. Sono una presenza. E io, ieri, ho avuto la fortuna di sentirmi parte del loro mondo, anche solo per un momento.

E la sera scende sui campi, sotto la stessa cordigliera.

Joyce

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