Joyce Andrade

Presente

Presente

Ocean Drive, novantuno gradi. Le palme ferme, una macchina d’epoca al sole, la gente che cammina piano. Sono qui e questa volta me ne accorgo.

Sono qui.

Non tornavo da quasi trent’anni. Cammino e fotografo. Una donna in giallo che attraversa Collins. Un uomo seduto da solo davanti al Parisian, le sedie vuote intorno. Il mio riflesso in una porta dove c’è scritto Miami. A ognuno lascio il suo spazio nell’inquadratura. Mi fermo abbastanza da vederlo.

A ognuno il suo spazio.

Poi capisco che è la stessa cosa che sto facendo con me.

Ho passato la vita a dare spazio agli altri: ai clienti, alle loro storie, a chi passa davanti al mio obiettivo. Qui, quello spazio l’ho dato a me. Nessuno da raccontare al posto mio. Solo io, presente.

Certe cose le ho scelte con quello che avevo, altre le avevo dimenticate. Ma non ero assente. C’ero, con le mie limitazioni, a modo mio. Sempre io.

Miami è la porta.

È una pace che non mi aspettavo. La sensazione di potermi fidare di me.

Miami non è il racconto. È la porta. Dietro, c’era questo.

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