Joyce Andrade

Le Galápagos non mi hanno chiesto di capire

Le Galápagos non mi hanno chiesto di capire

Un luogo dove il selvaggio ha già la sua forma, e non aspetta te.

Ci sono posti che si visitano e posti che ti attraversano. Le Galápagos sono state la seconda cosa.

Sono arrivata con la testa piena, come sempre. Le idee, le cose da fare, il bisogno di dare un ordine a tutto. E l’isola, semplicemente, non se n’è accorta. Non le interessava. Le onde continuavano ad arrivare con lo stesso ritmo da migliaia di anni, e io ero solo un’altra creatura di passaggio.

La prima cosa che mi ha spiazzato è che gli animali non hanno paura. Un’iguana resta ferma mentre le passi accanto. Un leone marino dorme sulla sabbia come se il mondo fosse un posto sicuro. Un uccello ti guarda senza scappare. Non ti riconoscono come minaccia perché non hanno mai imparato a temere. E io, che vivo da sempre un po’ in allerta, mi sono sentita quasi in imbarazzo davanti a tanta calma.

Ho pensato: ecco cosa vuol dire non dover controllare niente.

Il mare, lì, ha un blu che non avevo mai visto. Denso, vivo, pieno di forme sotto la superficie. Ho messo la testa sott’acqua e per un momento non c’era più niente da tenere insieme. Solo la luce che scendeva a righe, i pesci che disegnavano geometrie che nessuno aveva progettato, il mio corpo più leggero. Il selvaggio non era disordine. Era un ordine più antico del mio.

C’è stato un momento preciso, in alto su Bartolomé. Da lassù si vedevano i vulcani, uno dietro l’altro, e ognuno nel tempo si era costruito la sua flora. Una vegetazione che non trovi in nessun altro posto al mondo: ogni isola una forma sua, un verde suo, un ritmo suo. Mille geometrie, e nessuna copiava l’altra. Sono rimasta lì a guardare, e ho pensato: ecco cosa vuol dire crescere seguendo soltanto la propria natura. Nessuno aveva insegnato a quelle isole come diventare. Erano diventate, e basta.

È questo che mi porto a casa dalle Galápagos. L’idea che non tutto va addomesticato. Che esiste una geometria che non ho bisogno di disegnare io devo solo fermarmi e lasciarla apparire.

Per anni ho creduto che la mia parte selvaggia le troppe idee, il movimento continuo, il non stare mai in fila  fosse qualcosa da correggere. Le Galápagos mi hanno detto il contrario. Che anche il caos ha una forma, se lo guardi abbastanza a lungo. Che gli scogli neri, le correnti, gli animali che seguono solo il proprio istinto, insieme, formano un equilibrio perfetto. Nessuno lo ha organizzato. Si è organizzato da solo.

Ho fotografato poco, quel viaggio. O meglio, ho fotografato con calma. Aspettavo che la scena si componesse, invece di rincorrerla. Una roccia, l’acqua, una linea di luce. Il dettaglio, non il panorama. Perché è il dettaglio che resta: la texture di una pelle antica, un riflesso, il modo in cui l’ombra taglia la sabbia.

Sono tornata con meno risposte e più spazio. E ho capito che è quello che cerco anche nel mio lavoro, ogni volta che entro nel mondo di un brand o dentro un mio progetto: non imporre un ordine, ma trovare quello che c’era già.

Le Galápagos non mi hanno chiesto di capire. Mi hanno chiesto di stare. E per una volta, sono rimasta.

grazie, Joyce

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