Joyce Andrade

La medicina delle mie radici

La medicina delle mie radici

Seguire un richiamo, tornare alla propria terra e ritrovare lì forza, chiarezza e la libertà di fare le cose a modo proprio.

All’inizio della cerimonia mi hanno chiesto perché fossi lì. La risposta è arrivata prima dei pensieri: per un richiamo.
Ogni volta che il cacao si presenta nella mia vita sento una connessione, una vibrazione. È un sapore che riconosco, come qualcosa che conosco da sempre. Cresce nella mia terra. Anni fa ho camminato tra i suoi alberi. Poi l’ho ritrovato nella selva, e da allora sto imparando la sua storia.
Più imparo, più i segnali si moltiplicano.
Si è scoperto che il cacao è nato proprio in Ecuador, nell’Amazzonia, più di cinquemila anni fa, prima di arrivare in Messico. Lo tramandano le persone che lavorano la terra. Sulla costa, in molte famiglie, sono le donne a prepararlo, e il suo seme si usa come medicina.
Per anni il cacao mi è arrivato in Italia, portato da qualcun altro. Questa volta no. Questa volta ho potuto incontrarlo a casa: nella mia terra, tra donne della mia terra, con il cacao della nostra terra.
È come se avessi messo insieme tutti questi segnali, uno dopo l’altro, e loro mi avessero portata fin lì.
Tornare in Ecuador non è sempre stato facile. È il Paese dove sono nata, ed è anche il luogo dove vivono ricordi che fanno male. Per molto tempo ho sentito che la felicità fosse qualcosa da guadagnare: prima attraversare, risolvere, dimostrare, e solo dopo, forse, arrivava il diritto di stare bene.
Forse per questo tendo a correre verso l’arrivo e a dimenticare il processo. Questo incontro me l’ha ricordato: il cammino non è la parte da superare per arrivare. È già il luogo in cui qualcosa succede.
Questa volta ho sentito pace. Non perché il passato abbia smesso di fare male, ma perché ho iniziato ad abitarlo in un altro modo.
Sono qui. Sono in pace. Ed è abbastanza.
Il cacao non è venuto a curarmi. Non guarisce la mia storia al posto mio. È qualcosa che incontro sul mio cammino: può essere alimento, energia, saggezza. Può aprire una pausa, una domanda, uno spazio per ascoltare.
Quel giorno ho capito che non esiste un solo modo per avvicinarsi a lui. Si può conoscerne la storia, rispettarne l’origine, imparare da chi ha costruito con lui una relazione profonda, e poi ascoltare il proprio modo di entrare in connessione.
Questo mi ha dato una libertà enorme. Ho pensato subito alle mie carte, ai miei disegni, alle mie fotografie, alle mie parole. A tutto ciò che sto creando e che tante volte ho cercato di capire prima ancora di permettergli di esistere.
E ho sentito qualcosa di molto semplice: fallo a modo tuo. Ascolta, impara, rispetta, sperimenta. E poi trova il tuo modo di portare nel mondo ciò che sei.
Ciò che mi ha lasciato questo incontro è chiarezza. Chiarezza su ciò che sto percorrendo, su ciò che mi espande, sulla direzione in cui devo andare. Quello che sento oggi è mattina, non notte.
Sono tornata con la voglia di continuare a creare le mie carte, e con una decisione semplice e ferma: mettere la mia energia in ciò che nasce da me. Creare da me, anche quando creo per gli altri.
È stato come guardare quella bambina che sono stata e dirle: siamo al sicuro.
Forse ciò che ci cura non arriva da una cosa sola. Forse la nostra medicina è tutto ciò che portiamo già dentro: ciò che abbiamo vissuto, imparato, attraversato e trasformato. La nostra creatività, la nostra sensibilità, il nostro corpo, i nostri antenati. Il cacao non mi ha portato qualcosa di nuovo: mi ha aiutata a ricordare ciò che c’era già.
Le mie radici non sono fatte solo di ferite. Sono piene anche di conoscenza, natura, storie, forza e bellezza. E il cacao, nella mia terra, è una di queste radici.
Per un’altra persona può essere cucinare la ricetta della propria madre, camminare sulla terra dei nonni, tornare a parlare una lingua, scrivere, ballare, piantare qualcosa. Non importa tanto quale sia il cammino. Importa riconoscere ciò che ci riporta a noi stessi, e capire che la felicità non devi guadagnartela: puoi permetterti di viverla.
Guarire le nostre radici non significa cambiare la nostra storia. Significa poter camminare con lei senza che decida ogni nostro passo.
Oggi ringrazio il cacao per avermi chiamata, e le donne che hanno camminato con me quel giorno. Ma soprattutto ringrazio di poter incontrare la mia terra da un luogo diverso: senza negare il dolore, senza idealizzarla, senza dover capire tutto.
A modo mio. Senza correre verso l’arrivo, ma sentendo, passo dopo passo, che sto camminando nella mia direzione.
Le mie radici non mi legano.
Le mie radici mi sostengono.
Joyce
Grazie a Valeria e a Micaela.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *